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Il Testimone del Matrimonio


di MikyeMarina
19.10.2025    |    5.726    |    23 9.6
"“Ho sì, ” gemetti, sborrando di nuovo mentre lei rideva, spingendomi la testa più a fondo..."
Maggio 2025

Finalmente, il giorno fatidico era arrivato. Marina, la mia adorata fidanzata, era in fibrillazione da giorni, un fascio di nervi e desiderio.
Doveva fare la testimone della sposa a un matrimonio in un castello da sogno, immerso in una campagna lussureggiante, con giardini profumati che sembravano usciti da una favola.
Io morivo dalla voglia di vederla brillare in quella cornice romantica, ma un pensiero mi martellava la testa.
Era un po’ che non giocavamo con altri uomini, e l’idea di Marina scopata da un altro mi faceva partire mille fantasie, una più porca dell’altra.
Me la immaginavo con maschi cazzuti che la sbattevano senza ritegno, riempiendola di sborra calda fino a farla colare.
La voglia di rivederla in azione era così forte che mi ammazzava, costringendomi a seghe sempre più frequenti, una dietro l’altra.
Dopo giorni a rimuginarci sopra, decisi di vuotare il sacco.
Le confessai che morivo dalla voglia di vederla spensierata e felice tra le braccia di un altro, sperando che questa sincerità ci legasse ancora di più.
Marina non si tirò indietro. Mi guardò con un sorrisetto furbo e mi sussurrò: “Amore, magari non lo sai, ma anch’io muoio dalla voglia di giocare con dei bei cazzi grossi.”
Quelle parole mi fecero esplodere il cazzo nei pantaloni, e le dissi di scegliere chi voleva per i nostri giochi, sicuro che questo ci avrebbe fatto sballare.

Un matrimonio lontano da casa era l’occasione perfetta.
Fantasticavamo di camerieri che se la scopavano nel parcheggio, o di lei in fila nel bagno degli uomini, pronta a farsi sbattere mentre io mi segavo sulle mie corna.
“Amore, vedrai come ti faccio cornuto,” mi diceva ridendo, “mi faccio scopare da tutti i camerieri, contento?”
E io, col cazzo duro: “Sì, amore, fatti sbattere come una puttanella!”
Lei rilanciava: “Me lo faccio mettere a pelle nella figa e li faccio sborrare tutti dentro, ti piace, vero?”
Sborravo solo a sentirglielo dire, e le nostre fantasie ci facevano venire insieme come matti.

Il giorno del matrimonio, Marina era uno schianto con un vestito elegante ma provocante, che le aderiva alle curve come una seconda pelle, attirando gli occhi di tutti.
Tra gli invitati c’era Marco, il testimone dello sposo: 36 anni, alto più di 1,80, moro, fisico scolpito, tatuaggi da maschio alfa e un’aria da chiavatore seriale.
Si diceva che l’avevano beccato a letto con la sorella della ex moglie, o con la segretaria al lavoro, e che bazzicava club dove il sesso era all’ordine del giorno.
Un tipo che non dimentichi.
Confesso, qualche sega pensando a lui che si scopava Marina me l’ero fatta, e pure bella intensa.
Essendo entrambi testimoni, tra Marina e Marco c’era già feeling.
Sguardi, risate, toccatine: la chimica era evidente.

La sera prima, a cena, la tensione era alle stelle.
Vederla ridere alle sue battute zozze, la sua mano sul suo fianco, o loro che ballavano stretti… mi faceva battere il cuore e il cazzo. Dovetti fingere un malore per chiudermi in bagno e segarmi come un ossesso, immaginando Marco col cazzo duro, grosso, con una cappella maestosa e le palle piene di sborra repressa, mentre si sbatteva Marina, allagandole la fighetta.

Durante i preparativi, la sposa, con un sorrisetto malizioso, disse a Marina: “Occhio a Marco, quello ti fa camminare storta per una settimana!”
Marina, curiosa: “E tu che ne sai?”
Risate complici, un segreto non detto che le rimase in testa tutto il giorno.
Al ricevimento, tra balli e brindisi, Marina si avvicinò con un ghigno porco: “Amore, credo di aver trovato chi ti farà cornuto.”
Indicò Marco e mi chiese se andava bene se si lasciava scopare da lui.
Il cazzo mi diventò di marmo, un mix di eccitazione e farfalle nello stomaco.
Annuii, eccitato come un porco, e le dissi di seguire l’istinto.

Dopo qualche ballo e qualche bicchiere, Marco le prese la mano: “Vieni, devo prendere una cosa in macchina.”
Sparirono nel parco del castello, lontano da occhi indiscreti.
Non ci vidi più e li seguii, sgattaiolando tra gli alberi, con il cuore che mi martellava e il cazzo duro.
La luna illuminava il giardino, l’odore umido dell’erba si mescolava ai fiori selvatici, e la musica della festa era un’eco lontana.
Mi nascosi dietro un tronco, abbastanza vicino da vedere ogni dettaglio, ma lontano per non farmi beccare.
Lì, sotto la luce argentata, trovai Marina e Marco avvinghiati, che limonavano come due persone che non aspettavano altro da una vita, persi in un desiderio che sembrava esplodere dopo anni di attesa.Marco, alto più di 1,80, torreggiava su Marina, che con i suoi 20 cm in meno sembrava fragile, ma i suoi occhi brillavano di desiderio.
“Oh, Marco, non dovremmo,” sussurrava, con un tono imgenuo, appoggiandogli una mano sul petto mentre il vestito le aderiva alle curve, tirato su fino alle cosce, lasciando intravedere le mutandine bagnate.
Marco, con un sorriso arrogante ma seducente, le rispose: “E allora perché sei così bagnata?” premendosi contro di lei con una sicurezza che mi fece tremare.

Il suo cazzo, duro come una mazza, spingeva attraverso i pantaloni, appoggiandosi sullo stomaco di Marina, così grosso che lei abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro.
“Mio Dio È… troppo grosso.” mormorò, con la voce tremula, mentre le sue mani lo sfioravano.
“Dai, smettila di fare la timida,” le sussurrò Marco, prendendole il mento con delicatezza ma con fermezza, guidandola a guardarlo negli occhi, mentre con l’altra mano le sfiorava la figa sopra le mutandine, lento, provocante.
“Lo vuoi, e lo sai.”
Le fece sentire il cazzo, premendolo contro il suo stomaco, e Marina gemette, con le guance arrossate e i capelli scompigliati.
“Solo un bacino sulla punta per farlo felice,” sussurrò, “è così duro, poverino…”
Quelle parole mi fecero quasi svenire. Marco rise, un suono basso e seducente:
“Un bacino? Vedrai che non ti basterà.” Le sollevò il vestito, sfiorandole le cosce, e Marina si aprì, lasciando che le sue dita la accarezzassero, il suo bacino che si muoveva in modo inequivocabile.
“Ma prometti di non dirlo a nessuno…” disse Marina, con un sorriso provocante, gli occhi che brillavano di desiderio.
“Promesso, ma ora succhia,” rispose Marco, con un ghigno compiaciuto, slacciando la cintura e tirando fuori la sua mazza: dura, pulsante, con una cappella maestosa che brillava sotto la luna.
“Fammi vedere quanto sei brava,” le disse, sfiorandole le labbra con la cappella.
Marina gemette, poi spalancò la bocca, lasciandolo scivolare in gola. Il suono del pompino, un “schlop schlop” bagnato e profondo, mi colpì come un pugno, incastrandosi nella mia testa.

Ogni risucchio, ogni gemito soffocato di Marina mentre lo prendeva tutto, mi faceva tremare le gambe.
Lei lo succhiava con maestria, mentre Marco le accarezzava i capelli, guidandola con una mano, deciso ma senza forzarla.
Io mi segavo, con il sudore che mi colava lungo la schiena, il cuore che mi esplodeva.

Per un attimo, mi sembrò di vedere un’ombra muoversi tra gli alberi – un cameriere con una sigaretta in mano, che si fermò a pochi metri, con un ghigno.
Pensai che ci avesse visti, ma Marco infilando il suo cazzo fino alle palle, nella bocca della mia fidazata, le disse deciso: “Nessuno, dai, continua…” e lei chiudendo gli succhiò la cappella più forte, quel suono bagnato che mi scavava dentro.
Tornai al tavolo, con il cazzo duro e la testa in fiamme, il rumore di quel pompino ancora nella mente.

Marina tornò poco dopo, carica di un’energia che si sentiva a un chilometro.
Si avvicinò e mi baciò, e sulle sue labbra sentii il sapore di Marco: sudore, maschio, e una punta di sborra che mi fece girare la testa. “Amore, non è finita,” mi sussurrò con un ghigno da troia.
“Stanotte vado da lui, mi sfonda per bene con quel cazzo da paura, contento?”
Ero senza parole, il cazzo mi tradiva, pulsando nei pantaloni, il ricordo di quel suono bagnato che mi tormentava.
“Mi raccomando Amore, fatti valere e fatti sfondare” le dissi, “ma raccontami ogni dettaglio.”

Lei annuì, con quel sorrisetto da bimba ingenua che mi faceva impazzire.

“E se ti lascio ascoltare?” aggiunse, con un occhiolino complice.
Il cuore mi balzò in gola – d'accordo con me, avrebbe messo il telefono in vivavoce nascosto, lasciando Marco all'oscuro, ma permettendomi di sentire tutto.
“Sì, amore, fai così,” risposi, eccitato all'idea del rischio.
Dopo il ricevimento, ci ritirammo nelle stanze. “Amore io vado da Marco, ti vado a mettere un bel paio di corna e a prendere quel cazzone duro, hai qualche desiderio?” mi sussurrò con un ghigno da troia.
La voce mi si spezzò dall'eccitazione, tremando: “Sì amore, fatti scopare a pelle e fatti sborrare dentro la figa, ti prego.”
Lei rise, un suono basso e malizioso, sapendo quanto mi eccitava quella mia supplica. “E se ti lascio ascoltare?” aggiunse, con un occhiolino complice. Il cuore mi balzò in gola – d'accordo con me, avrebbe messo il telefono in vivavoce nascosto, lasciando Marco all'oscuro, ma permettendomi di sentire tutto. “Sì, amore, fai cosi"

Con un ultimo bacio, Marina sgattaiolò nella sua camera.
Mi inviò un messaggio: “Pronto? Metto in vivavoce.”

Il telefono vibrò, e la sua voce riempì la stanza: “Sono qui, Marco, il mio fidanzato dorme – ha bevuto tanto stasera, poverino. Sono venuta per alleviare quella eccitazione che hai per colpa mia, non voglio che tu soffra.”
Marco rise, una voce bassa e arrogante: “Bene, allora vieni qui, voglio sentirti gemere.”
Sentii il fruscio di vestiti, il letto che cigolava, e poi il suo respiro pesante.

“Sei bagnata da morire,” mormorò Marco, e Marina gemette piano, un suono che mi fece indurire il cazzo all'istante.
“Oh, sì, Marco, è tutta la sera che ti voglio,” rispose lei, con quel tono provocante che conoscevo bene.
Il suono delle sue mani su di lei, poi il primo affondo – un “schlac” bagnato, seguito da un gemito profondo di Marina.
“Cazzo, sei stretta,” grugnì Marco, spingendo più forte, il ritmo che accelerava: slap slap slap contro la sua pelle, i suoi gemiti che si facevano più alti,
“Più forte, Marco, sfondami!”
Io mi segavo furiosamente, il cuore che mi scoppiava, sentendo ogni spinta, ogni respiro affannato.
Prima di essere penetrata del tutto, Marina si mise in ginocchio, e sentii il suono del suo pompino – un “schlop schlop” bagnato e profondo, la sua bocca che lo ingoiava avidamente, Marco che le teneva la testa con entrambe le mani, scopandole la bocca con spinte ritmiche, “Prendilo tutto, sì, così,” grugniva lui, mentre lei gorgogliava e succhiava, la saliva che colava, i suoi gemiti soffocati che mi facevano impazzire. “Confessa, ti piace il mio cazzo vero?” disse Marco, con un ringhio, apostrofando Marina mentre la sbatteva in bocca, le palle che schioccavano contro il suo mento.
“Siii, è molto più grande di quello del mio fidanzato,” rispose lei, ridendo tra un risucchio e l’altro, sapendo che lo stavo ascoltando, il suo tono malizioso che mi umiliava e mi eccitava.
“E cosa è il tuo fidanzato?” chiese Marco, accelerando, il letto che cigolava ritmicamente, i suoni bagnati che riempivano la stanza – schlac schlac schlac – mentre Marina ansimava, la bocca piena del suo cazzo.
“Un CORNUTOOOOO!” gridò lei, con la voce rotta dal piacere, l'orgasmo che la travolgeva mentre Marco grugniva, spingendo più profondo,
“Prendilo tutto TROIIAA,” mentre le riversava in gola una quantità immane di sborra, sentii come un ringhio, e poi il suono del suo cazzo nella sua bocca, lo immaginavo che pulsava mentre la riempiva di sborra, la seconda dose della serata.
“Cazzo, sei incredibile,” ansimò lui, e Marina rise piano,
“Grazie, ma ora devo andare.”
Ma lui la trattenne e disse "aspetta nin abbiamo ancora finito".
In quel mentre il telefono si spense, lasciandomi ansimante, sborrato sul letto, il cuore che batteva come un tamburo.
Il suo messaggio arrivò dopo circa una mezz'ora: “Ti è piaciuto ascoltare, cornuto?” Sborrai di nuovo solo a leggerlo.

All’alba, Marina tornò nella nostra stanza, il vestito stropicciato, i capelli incasinati e un sorriso da troia che diceva tutto.
Si sedette sul letto, alzò il vestito, rivelando la sua fighetta arrossata e gonfia, le labbra tumefatte dal cazzo di Marco, un rivolo copioso di sborra densa e calda che colava lentamente dalle pieghe gonfie, mescolandosi al suo umore e lasciando una scia viscida lungo l’interno delle cosce.
La sua figa era un caos bagnato, le grandi labbra gonfie e arrossate come se fossero state sfregate senza pietà, con il clitoride sporgente e sensibile, e l’apertura dilatata che pulsava ancora, lasciando gocciolare altra sborra biancastra, densa come crema, con un odore muschiato e salato che riempiva l’aria. Mi inginocchiai davanti a lei, ipnotizzato da quel frutto proibito, il cuore che mi esplodeva nel petto.
“Vuoi sapere com’è stato, amore?” mi chiese, accarezzandomi il cazzo attraverso i pantaloni, lento, provocante.
“Marco mi ha sfondata così forte che sentivo le sue palle sbattermi contro. Mi ha preso la figa, la bocca, tutto…”
Ogni parola era una scarica elettrica, il ricordo di quel suono bagnato ancora nella mia testa. “Mi pensavi mentre Marco ti scopava?” le chiesi, con la voce tremante.
“No amore, ero troppo impegnata a soddisfare quel cazzo,” rispose, con un ghigno malizioso che mi fece quasi svenire.
“Com'era il suo cazzo? E le sue palle?” le chiesi, con la voce rotta dall'eccitazione.
“Oh, amore, era enorme, lungo almeno 20 centimetri, spesso come il mio polso, con una cappella larga e viola, liscia e gonfia come una prugna matura, che mi stirava la figa ogni volta che entrava, e le palle erano pesanti, pelose, piene di sborra calda che mi inondava dentro, gonfie e tese come due uova pronte a esplodere, che sbattevano contro il mio culo mentre mi scopava senza pietà,” descrisse, con dovizia di particolari, il suo tono provocante che mi umiliava e mi eccitava, le parole che dipingevano l'immagine nella mia mente.

Poi, con un gesto amorevole ma deciso, mi prese per i capelli, avvicinando il mio viso alla sua figa bagnata.
“Hai visto amore, ti ho portato la colazione,” sussurrò, con un sorriso che mescolava dolcezza e provocazione, “e adesso lecca cornuto, lecca tutto.”
Iniziai a leccare, sentendo il sapore di Marco mischiato al suo, un mix salato e viscoso che mi riempiva la bocca, la sborra che colava copiosa dalle sue labbra gonfie, gocciolando sulla mia lingua mentre la leccavo avidamente, leccando ogni piega arrossata e gonfia, sentendo il calore e la viscosità di quella crema calda che mi scivolava in gola.
Ogni colpo di lingua era un’onda di piacere e gelosia, il sapore di Marco che mi umiliava e mi eccitava.
“Ti è piaciuto, vero?” mi sussurrò, stringendomi i capelli mentre leccavo, il suo sorrisetto da bimba ingenua che mi faceva impazzire.
“Ho sì,” gemetti, sborrando di nuovo mentre lei rideva, spingendomi la testa più a fondo.
Mi baciò, con il sapore di Marco ancora sulle labbra.
“Sei la mia troia, ti amo tanto” le risposi, e lei sorrise: “E tu il mio amore cornuto.”

Si addormentò vicino a me, ma prima di chiudere gli occhi, con una voce così sincera come se quello che stesse per dirmi fosse la cosa più naturale del mondo, sussurrò: “Amore domani torni a casa da solo io mi fermo qui da Marco per qualche giorno, gli ho promesso che mi prenderò cura del suo cazzo, sai ne ha così bisogno, mentre tu ti farai tante seghe pensando a me.”

Quelle parole mi trafissero come una scarica elettrica, un misto di gelosia e eccitazione che mi fece sborrare un’ultima volta mentre la guardavo addormentarsi, il cuore che batteva forte.

Immaginavo già i giorni a venire, i suoi messaggi con foto del suo corpo segnato da lui, i racconti di come lo cavalcava, di come la sborrava dentro, lasciandomi solo con le mie seghe e il desiderio di lei che mi consumava. Pensai che il sapore della sua figa piena di sborra e quelle parole sarebbero rimasti con me per sempre, un ricordo che mi eccitava e mi tormentava.

Questo gioco folle, era il nostro modo di amarci, più profondo di qualsiasi altra cosa. Ero cornuto, e non ero mai stato così felice – ma ora, con lei che restava da Marco, il mio tormento sarebbe stato infinito, un'onda di corna che mi avrebbe tenuto sveglio notti intere, segandomi furiosamente al pensiero di lei che si prendeva cura di quel cazzone, mentre io aspettavo il suo ritorno, piena di lui e della sua SBORRA

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